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Trascendentia Vol.3 Angelo Gilardino studies complete recording Studies nn. 25-36
A partire da questa serie Angelo Gilardino inizia a liberarsi dall'urgenza di dire cose chitarristicamente nuove, il moto artistico prende il via da altre istanze: come puntualizzare quanto ormai acquisito attraverso uno scavo dei dettagli, un gioco di approfondimenti e riverberazioni, e come sguazzare nel bagno poetico dell'espressione musicale denudato dai panni stretti dello strumentista di chitarra.
Anche la scelta degli omaggi non
si riferisce più a compositori rivoluzionari sotto il
profilo linguistico, piuttosto indica la mappa ideale
per un recupero delle radici territoriali e poetiche
mediterranee - italiche in particolare - che il
Gilardino musicologo parallelamente è impegnato a
siglare attraverso un'operazione di ricostruzione della
letteratura per chitarra del primo Novecento in Italia.
Lo Studio N.25 per l'appunto esalta la forma antica più adatta alla geografia chitarristica, il Ricercare, un processo più che una forma, che riproduce l'atto di esplorare uno specifico strumento carpendone le voci compresenti, intrecciate, in relazione dialogica tra di loro e irriproducibili altrove. La referenza visiva è un'altra forma di composizione antichissima, il mosaico, in particolare quello della Chiesa di Sant'Apollinare in Classe di Ravenna, risolto musicalmente con l'assemblaggio di episodi formali differenti e complementari come tasselli, incollati su un unico flusso pulsante, come il disegno complessivo di un catino abisdale. All'adozione di questa schizofrenica coesistenza tra scorrimento ininterrotto del liquido sonoro e raggruppamenti ritmici irregolari e differenti, insieme al campo armonico d'impronta modale corroso da fitti cromatismi è legata la scelta dell'omaggio: Gian Francesco Malipiero, scrive un solo lavoro per chitarra, Preludio, con questi tratti stilistici. La ricchezza di colori sonori cui Gilardino ci ha abituati è qui attenuata da una patina di giallo antico.
Ildebrando Pizzetti scrive la musica per Fedra su libretto di Gabriele d'Annunzio tra il 1909 e il 1912 restituendo alle parole un ruolo sonoriale primario di ispiratore e alla forma classica della tragedia una nuova, moderna grevità senza catarsi o speranza. Il canto funebre che la protagonista intona per la morte di Ippolito ne è un esempio paradigmatico. Gilardino nello Studio N.26 coglie del magistero pizzettiano l'atmosfera ineffabile fatta di reminiscenze lugubri o presagi tristi - mai di tempo presente - e la incarna nello spirito della chitarra, capace di richiamare un coro attonito con semplici rintocchi dei Mi estremi (basso e cantino, sesta e prima corda) e un declamato sommesso a due e tre voci nei registri medi, senza quasi muover le dita sulla tastiera, lasciando alle risonanze naturali il compito di approfondirne i significati. Ognuno dei sei episodi suscita la cordiera con formule di purissimo incanto, ora grazie a un arpeggio a cinque note nel registro medio grave sul quale si stacca una dolente linea melodica modale, dal ritmo singhiozzato, ora da un arpeggio umido, gonfio e asimmetrico, come abbraccio afflitto ancora con un canto oscuro ornato da blandizie accartocciate.
Lo Studio N.27, omaggio a Giorgio Federico Ghedini fa riferimento al Concerto dell'albatro per violino, violoncello, pianoforte, voce recitante e orchestra, che l'autore ha scritto nel 1945 su un testo tratto da Moby Dick di Hermann Melville nella traduzione di Cesare Pavese. Nel primo dei cinque episodi un corale si estende e si contrae in due fino a quattro voci spostandosi progressivamente dai registri gravi verso gli acuti; la seconda sezione è una combinazione geniale tra un ostinato, un arpeggio nelle tre corde inferiori con funzione ritmico-armonica parallela - ma non d'accompagnamento - e un canto disteso nelle corde superiori, a volte singole, a volte in bicordi, con alcune acciaccature doppie: ne scaturisce uno scenario instabile, turbolento, dove prevalgono stati aeriformi e liquidi che nella terza parte sono proiettati verso acidi sovracuti e nella quarta potenziati per densità e volumi. Chiude un aforistico ritorno al clima elegiaco e solenne dell'esordio.
Una gioiosa e grottesca esaltazione del gioco senso-motorio rappresenta lo Studio N.28, Maschere, scritto in omaggio ad Alfredo Casella, come ideale seguito all'opera per pianoforte solo Pupazzetti, 5 pezzi op.27 scritta dal compositore torinese nel 1915. In forma tripartita, il brano parte ex abrupto con un'altalena di balzi in avanti e di retrocessioni tra gli estremi orizzontali della tastiera sbeffeggiando le consuetudini letterarie precedenti, affezionate a comodi ancoraggi o a transizioni morbide tra posizioni giustapposte. Il cimento ricalca la tipica predisposizione infantile a conoscere dettagli del mondo toccandone gli estremi opposti anche rispetto alle dinamiche in responsorio fortissimo-pianissimo. La sezione centrale (sempre ppp, come un carillon) è un fragile cristallo di arpeggi nel registro superiore cui segue una ripresa del moto iniziale tirato per i capelli fino ai limiti di capienza dello strumento e di agilità dell'interprete. Lo studio rappresenta una parabola della maschera ingannevole, sfuggente epperciò tremenda più che divertente.
Gilardino all'epoca in cui scrisse
la Passacaglia, Studio N.29, non aveva ancora
portato alla luce le Variazioni per chitarra di Ottorino
Respighi, ma era sulle loro tracce pazientemente spinto
anche da un affetto per il compositore bolognese legato
alla comune sensibilità per il patrimonio musicale
italiano del Cinque e Seicento rivisitato con gli occhi
ammirati per la sapienza contrappuntistica antica, ma
coraggiosi nel rivisitare mondi passati con spirito
moderno.
Non un Omaggio, ma un elogio
funebre è rivolto al Giulio Regondi (1822-1872) nello
Studio N.30: una meditazione sul sepolcro che del
chitarrista-compositore italiano encomia l'intimismo
confidenziale espresso in una scrittura preziosamente
cesellata capace di creare preziosi florilegi, ossia
decorazioni calligrafiche sovrabbondanti e fragili.
Tra i più eseguiti, lo Studio N.32
è una lettura del quadro di Jean Antoine Watteau
(1684-1721), Embarquement pour Cithère in cui è
rappresentata dalla lontananza una scena di nobili
imbellettati pronti a salpare per un'isola inesistente,
secondo un gioco di ruoli imbalsamato e vacuo, metafora
del destino che ci vuole maschere di un teatro a
rappresentare un copione non scelto e tendere verso una
méta illusoria, non di amore, ma di morte,
annientamento.
Non al Ginastera della Sonata Op. 47 per chitarra, ma a quello meno celebre del brano per archi intitolato Canción del arbol del olvido (Canzone dell'albero dell'oblio) è dedicato lo Studio N.33. È un continuo con un'intricata polifonia chitarristica che scandaglia tutta l'estensione dello strumento a voci distanti, due delle quali reggono linee vocali intarsiate da ritmi differenti, mentre la terza, arpeggiando delicatamente, crea uno sfondo ad eco. Un'escursione fuori dallo scorrimento del tempo di chi medita immobile e composto sul nulla, di chi canta la melanconia del mondo perduto con una voce che mescola sincreticamente animo europeo e argentino.
Gilardino si rivolge ora verso la musica francese, sorella maggiore di molta italiana nella prima metà del secolo scorso con un Omaggio a Darius Milhaud, rappresentante del Gruppo dei Sei e autore di pezzi per orchestra e per pianoforte ispirati alla musica brasiliana (in gioventù, aveva lavorato all'ambasciata francese di Rio de Janeiro). Per questo lo Studio N.34 si intitola Saudade, un pensiero musicale non direttamente rivolto al mondo carioca e al suo sentimento più esclusivo e profondo, ma mediato dal filtro raffinato del maestro francese. In questa invenzione, due voci si contrappuntano su una pulsazione unitaria con fine dialettica, tutta tesa a muovere un'aria struggente e insieme appassionata, fatta di quella tristezza dolce nella quale talvolta è piacevole crogiolarsi.
Il maestro vercellese si tiene accortamente a distanza dalla possibilità di mimetizzarsi dietro a modelli compositivi adottati dai musicisti cui rivolge un omaggio e che hanno scritto per chitarra. Nel caso di Manuel Ponce il rischio di cadere nell'oleografico ricalcando quella miscela di folclore ispano americano e idioma impressionista che ha fatto la sua fortuna presso la corte segoviana poteva essere assai alto. Invece Gilardino nello Studio N.35 scava ben oltre la superficie delle opere del compositore messicano filtrandone quel sapore del sortilegio, dell'affabulazione che incanta, presente a monte delle convenzioni stilistiche adottate. Nella forma a episodi giustapposti con un pulsare comune si susseguono: una fantasia di arpeggi preludianti su un basso cantabile, un contrappunto a due voci dal tono clavicembalistico ingentilito da un'arietta incantata, una cantilena ossessiva come un gocciolare interminabile e poi una ripresa non speculare del secondo e del primo episodio. Un racconto severo eppure raccontato adoperando un codice narrativo ingenuo e fanciullesco.
La raccolta si chiude con una fiaba musi-cale che evoca le feste dell'Italia meridionale scosse da lazzi e fuochi d'artificio, viste con gli occhi di uno che ha sangue italico, ma una storia straniera come il dedicatario, Guido Santorsola compositore nato nel 1904 a Canosa, in Puglia, e subito portato oltremare dalla sua famiglia che emigrò in Paraguay. Nello Studio N.36, Italiana, la chitarra è trattata come un carillon che sprigiona una sgargiante allucinazione sonora attraverso un continuo defatigante in cui tra canti larghi prima sui cantini poi sul basso scoppiettano rapidissimi arpeggi cromatici composti. La sezione centrale (Moderato assai) concede una pausa riflessiva attraverso una leggera trama di arpeggi nella quale di colpo s'incunea lo scheletro di una marcia militare sotto forma di accordi percussivi, come se ogni meditazione solipsistica nel Sud non reggesse alle incursioni vitalistiche e feconde della collettività. |