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Trascendentia Vol.5
Angelo Gilardino studies complete recording
Studies nn. 49-60
Nella quinta serie degli Studi, il processo di purificazione è ormai
compiuto, e lontano il tempo delle asseverazioni, della dialettica
tra opposti, dei conflitti tra blocchi più o meno materici. Ora
tutto si compone in una trama fluente, a scorrimento variabile ma
proteso verso la fine: non si percepiscono fratture tra una sezione
all'altra, per certi versi persino tra uno studio e l'altro, come
fosse un'unica, lunga suite nella quale si sperimentano passi ora
fitti, ora dilatati eppure tutti pregni di una stessa - come la
chiama Bachelard - “risonanza sentimentale”, dove tutto pare spinto
da un unico vettore dinamico, discreto, ma teso fino alla fine. La
celebrazione della provvisorietà ha qui il suo apogeo: gli studi
sembrano tergiversare su un piano appena superiore a quello
dell'inconsistenza, anche quando crepita di arditezze ed esonda di
energia: come per Melisande, è la musica “dell'anima umana
silenziosa, cui piace andare tutta sola”…
Lo Studio n.49, Paesaggio ligure, è dedicato a Rubaldo
Merello, un pittore ligure solitario almeno quanto il compositore
vercellese, capace di elaborare una personale rilettura
dell'estetica divisionista trattando cromie rigogliose e minimali
con un flatus di turbolenze accese. La musica si distende per modo
di un arpeggio cantato polimelodico, dettagliato e insieme coeso
lungo agili flussi d'onda, in una tonalità non dichiarata di sol
diesis minore. Dopo un'estesa esplorazione della tastiera, il corso
devia spregiudicatamente annullando i cinque diesis attivi nella
sezione precedente: una dissertazione sui sovracuti alternata dalle
corde vuote crea una mobilità arpistica che si acquieta su due voci
per poi riprendere il moto e rimodulare verso la tonalità d'impianto
e la ripresa della prima parte. La voce di una chitarra pre-storica,
epico strumento eolio.
Il vento tenue nel primo studio allunga il suo soffio su quello
successivo, muovendo le vele di un continuum di semicrome ricco e
variato, che precipita dall'alto ripetutamente, suscita e insieme
avvolge un canto baritonale di un lirismo sottile, epurato da ogni
afflato declamatorio; la sezione centrale lascia il canto quasi solo
a meditare dietro l'eco di un arpeggio debole, al punto da
smaterializzarsi in armonici, lasciare il campo alla ripresa che,
contagiata, si perde anch'essa tra suoni minimi. lo Studio n.50,
Vele, è un omaggio a Enrico Paulucci, celebre pittore del Gruppo
torinese dei Sei che ha insistito spesso su marine colorate di
rossi, arancioni e blu intensi stesi con voluta approssimazione,
ricercata provvisorietà, permettendo alla luce di dare alle forme
contorni incerti.
Dall'etere alle acque, è la mobilità, il divenire non previsto
teatro dei pensieri invisibili: lo Studio n.51, Le Case
sull’Acqua, scrive di un paesaggio cezanniano dove alberi di un
verde intenso, tronchi massicci e materici sono riflessi e liquidati
dentro le acque di un torrente in corsa lenta e inarrestabile:
metafora del tempo esistenziale, che fa di ogni forma un evento
provvisorio. la musica si organizza per gradi congiunti lungo fiotti
di increspature anomale, trasparenti e dense insieme, l'aria
centrale asimmetrica e sospirosa si circonda di note dolci, che le
siano di compagnia benevola; un ponte ingannevolmente sfumato
riconduce alla sezione iniziale, che termina con una sorta di
stretto in cui le tre versioni differenti dell'arpeggio a campanella
si addossano l'una sull'altra, imponendo all'interprete pericolose
arditezze.
Il giardino costruito come un labirinto, guardato dal di fuori
attraverso una porta segreta è interpretato da Gilardino come una
grande vanitas, generosa di colori, ma imprigionata. Nello Studio
n.52 Chanson Rêvée pour le Roi des Fleurs i quadri di Ettore
Fico sono visitati da una riflessione sonora atemporale, in cui una
romanza e una canzona antiche si insinuano dentro un reticolo
polifonico dagli umori alieni, ultramoderni. Su due pentagrammi si
dispongono una melodia ariosa, un basso ostinato e una dettagliata
fioritura d'arpeggio che costringe l'ascoltatore entro un ermetico
incastro di geometrie; senza soluzione di continuità nella sezione
seguente la melodia passa al basso e l'arpeggio si acutizza. Dopo un
aforistico ponte modulante, l'aria dell'inizio è quasi fagocitata
dall'alveo di suoni circostanti e resa più oscura. Di seguito alla
canzone in stile arcaico e alla riesposizione del primo episodio,
l'interprete si fa carico dell'ardito compito di articolare un
costrutto polifonico intricatissimo, nel quale ogni ruolo
compositivo sembra integrato in un frattale complesso, logico e
insieme incantato.
Lo Studio n.53, Les Arbres Rouges, omaggia il visionario
pittore fauve Maurice de Vlaminck accendendo la chitarra con un
inedito esercizio di forza insieme virtuosistica e immaginifica. In
luogo di farsi ispirare dall'impianto modulare proprio della
tastiera, il compositore vercellese sfodera una sequenza di prese
accordali, libero di speculare nella pura astrazione, che
rappresenta una vera prova di resistenza per l'esecutore: questi
potrà decomprimere nell'episodio seguente durante il quale una
rattristata, leggera polifonia canta in modo iterativo di dolci cose
perdute. Ma si tratta di una tregua provvisoria, dopo la quale si
scatena un'infuocata ripresa della prolusione di accordi per un
tempo più lungo e una scansione più serrata, che denuncia un'ansia
dell'andare giocata sul limite della precipitazione senza ritorno.
Il destinatario dell'omaggio è, nello Studio n.54, un
chitarrista compositore caro al maestro vercellese per la sua
capacità di liberare il potenziale timbrico della chitarra del primo
Novecento sfrondandola da ogni sovrastruttura retorica, e per la
perizia nello scavare, tra le voci più remote della sua terra,
quelle che possano rigenerarsi in forme nuove e preziose: Miguel
Llobet. Plany, lamento, è il titolo dello studio e di una delle
canzoni catalane armonizzate dall'autore catalano quasi cent'anni
fa. Si tratta di un lied tripartito dalla scrittura filiforme e le
armonie aperte. Un Andantino lieve apre l'opera con un gioco di
armonici e suoni reali che disegnano una corporeità fantasmatica;
nella parte centrale lamine sonore ancora più acuminate si allargano
alle estremità per lasciar respirare una labile melodia interna: qui
la bravura dell'interprete sta nel retrocedere, astenendosi da ogni
esibizionismo, lasciando parlare la poetica evanescente delle parole
non dette. Si canta di un Llobet desolato, morto di inedia in mezzo
alla guerra civile spagnola, senz'armi.
Lo Studio n. 55, Paesaggio Lucano è dedicato al pittore Mauro
Masi, uno di quegli artisti che segue dalla periferia del mondo
l'evolversi dei linguaggi e ne piega gli idiomi più affini alla sua
geografia prossimale. Così il pittore, amico del poeta-contadino
Rocco Scotellaro, ispira Gilardino inducendolo a scrivere un
arpeggio arioso che “fascia di sottilissimi nastri d'argento” un
contrappunto puntato, in delicato equilibrio fino alla fine, appena
respirato in prossimità della parte centrale del percorso.
Se Carlo Terzolo si distingue nella scuola piemontese del primo
Novecento per la capacità di far sprigionare arie incantate dalla
minuzia con cui scandagliava le colline del Monferrato e delle
Langhe alla ricerca del più recondito particolare, Gilardino nello
Studio n.56 a lui dedicato non descrive, ma accenna, indica,
suggerisce l'emozione di un'immagine sospesa per eccesso di
bellezza, per esorbitanza di sfumature. Un lied tripartito con la
ripresa scorciata è fatto di un bicinium dagli intervalli larghi e
un valore melodico che nasce per addizione, dal contributo mescolato
delle due tracce; la sezione centrale irrompe con una scansione
filigranata di arpeggi che commentano una linea di ottave per
semibrevi. Un ulteriore esempio di impressionismo musicale del tutto
scevro di retorica.
Dopo i venti, l'acqua, i giardini mancava all'appello la luce tra i
fenomeni naturalistici propri della poetica di Gilardino in questa
ultima serie. Per una volta chiara, serena memoria di un'età
infantile mitizzata, di una vita agreste lontana. Nello Studio
n.57, omaggio al pittore piemontese Giuseppe Manzone, un
capriccioso avvicendarsi di episodi combina e decombina arpeggi e
dialoghi contrappuntistici senza soluzione di continuità spiazzando
l'ascoltatore con mascheramenti, apparizioni e dileguamenti ora
esuberanti, ora dolcissimi.
A un aspetto marginale della produzione e della sensibilità del più
importante chitarrista-compositore dell'età classica, Mauro
Giuliani, si riferisce l'omaggio del compositore vercellese: quella
dei lieder di impronta schubertiana su testi in lingua tedesca. Lo
Studio n.58 è un notturno viennese, pensato tra i giardini
imperiali, quando la musica si mescolava all'imbrunire e si faceva
via via più indistinta. Attorno a un fulcro armonico di mi minore
ruotano tre sezioni dense e tese, in contrappunto ora a due ora a
tre voci, ma senza canto: un'aeriforme volumetria di suoni che
lascia inespresso lo spettro di un lied.
Il Cazzaniga che Gilardino evoca è quello dei suoi paesaggi in
grisaglia, tristi eppure attraenti. Nello Studio n.59 un
continuo di semicrome distende un velo di statica mobilità: accadono
fatti minimali, non succede nulla. Le complicate quintine di
semicrome della prima parte sono modificate e rallentate nella
scansione, poi incrementano su un ostinato in cui due equisoni
battenti muovono febbrilmente il tessuto polifonico sovrastante: un
ennesimo effetto sonoro inaudito.
La raccolta si chiude con uno studio in realtà scritto nel 1984 e
qui ricollocato in coda all'opus come canto d'addio. Alla maniera
trobadorica questa è una celebrazione dell'alba, oggetto di
dedizione da parte di amanti e poeti per la sua collocazione
liminare, al termine di un'umbratilità complice di fantastici
pensieri amorosi. Lo Studio n.60 Aubade, omaggio al poeta in
langue d'oc Frédéric Mistral in un singolare mi bemolle minore,
impraticabile sulla chitarra se non stemperato e invaghito tra le
corde a vuoto come in questo caso: il lied tripartito parte e
finisce con una delicata maglia contrappuntistica a tre voci che ne
genera una quarta per diffrazione percettiva; la sezione centrale in
sol diesis minore si asciuga su due sole voci per scorrere più
speditamente verso la ripresa.
Gli studi terminano così discretamente, sottovoce: silenziosa è
l'anima umana…
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