Bettinelli Bruno (1913-2004)
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Composer, was born and died in Milano.
Italiano
(4 giugno 1913 - 8 novembre 2004)
di Bruno Zanolini
Lo scorso 8 novembre si è spento a Milano Bruno Bettinelli: vi era nato il 4 giugno 1913 e nella ‘sua’ città aveva visto svolgersi tutto l’ampio arco delle proprie esperienze umane ed artistiche. Allievo del Conservatorio “G. Verdi”, dal 1938 ne era divenuto docente, prima di Teoria e Solfeggio, poi di Armonia complementare e quindi, per oltre vent’anni fino al 1979, di Composizione: da questo ‘avamposto’ in certo senso privilegiato aveva partecipato attivamente agli eventi e all’evolversi musicale di buona parte del secolo scorso, sicché - per conseguenza - non può meravigliare il fatto che dalla sua classe siano usciti, fra i numerosi allievi, alcuni destinati a tracciare un solco duraturo in campo sia esecutivo (da Aldo Ceccato a Maurizio Pollini) sia specificamente compositivo (Azio Corghi in primìs).
Ottimo pianista oltreché compositore, ha dimostrato anche notevoli doti quale direttore d’orchestra nelle rare occasioni in cui ha preso in mano la bacchetta: la sua è stata infatti una natura musicale di prim’ordine, così come di prim’ordine era la signorilità della persona, signorilità che traspare anche dalla nobiltà del tratto artistico e dei risultati che ne sono conseguiti. E in questa veste piace ricordarlo, mentre componeva, seduto davanti all’amato pianoforte, guidato dal suo infallibile istinto.. .
Analizzando infatti il suo modo di procedere in ambito compositivo - definito spesso come ‘contrappuntistico’ - emerge con evidenza la sicurezza istintiva che sempre lo ha guidato nel modellare la materia sonora, quasi un filo rosso innato reso vigile dalla familiarità con la tradizione in cui si era forgiato sotto la guida di G. C. Paribeni e di R. Bossi (e non solo, se bisogna credere all’avidità con cui nei primi anni ‘30 - insieme ad alcuni compagni - aveva ‘divorato’ ad esempio la partitura della Sinfonia Classica di Prokofiev, pervenuta a Milano in maniera avventurosa): istinto e razionale approfondita conoscenza, nata da genuino amore per la musica, termini antitetici che in lui invece si sovrapponevano compensandosi.
Il legame con la tradizione - cui Bettinelli ha sempre creduto, nella convinzione che senza un passato, vissuto consapevolmente e con il quale necessariamente fare i conti, non ci possa essere un valido futuro - è presente con forza nella sua produzione, unitamente alla sentita necessità di una libertà linguistico-formale alla quale il musicista non ha mai voluto rinunciare. Di qui la naturale tendenza a rifiutare vincoli giudicati come stretti e troppo rigidi, quali in particolare quelli della serialità dodecafonica. Bettinelli è fra coloro che non hanno sentito il fascino dell’organizzazione ‘viennese’ del totale cromatico, al pari per esempio di Goffredo Petrassi, soffrendo letteralmente - soprattutto negli anni ‘60 - una certa emarginazione dovuta appunto alla sua presa di distanza da un metodo apparso a molti come l’inevitabile nuovo ‘vangelo’ musicale.
Eppure, particolarmente nelle opere della maturità, il totale cromatico non è affatto negato, ma - nascendo dal caratteristico infittirsi contrappuntistico dei rapporti intervallari – appare come il risultato inevitabile della complessità discorsiva messa in atto da Bettinelli; un totale le cui relazioni sono sottoposte sempre a una sorta di ‘libera interpretazione’, governata - oltre che dal fiuto dell’artista - soprattutto dall’artigianale lavoro di cesello e da una invidiabile cultura non solo musicale. Di tutto ciò è testimonianza l’evoluzione del suo linguaggio, fatto di sottile equilibrio fra saldezza d’impianto architettonico, rapporti timbrici d’impasto o di contrasto e giochi dialogici condotti dagli impulsi melodico-ritmici: si tratta di un’evoluzione che parte dal neomodalismo degli anni ‘30, ricco di sguardi agli autori francesi e ovviamente di riferimenti ai vari Respighi e Pizzetti, per giungere alla complessità “pantonale” che identifica i personali atteggiamenti e le opere della maturità e infine per ‘purificarsi’ e in certo senso ‘ripiegare’ nei lavori ultimi, molti dedicati al coro. Bettinelli del resto ha scritto praticamente fino al termine del suo cammino terreno.
Conoscitore attento delle possibilità strumentali (“è inutile scrivere cose ineseguibili, che non possono tradursi in un preciso risultato sonoro”), nella sua lunga carriera Bettinelli ha affrontato ogni strumento e ogni ensemble fino alla grande orchestra, senza disdegnare il problema rappresentato dal teatro. L’elenco delle sue composizioni è infatti lunghissimo e spazia appunto da opere teatrali (II pozzo e il pendolo,. . .) a lavori per orchestra con o senza solista o anche con coro (Sinfonie, Concerti,…), da moltissime composizioni da camera per ogni tipo di organico fino a lavori vocali per coro o per solisti e strumenti ecc. ecc. Anche per quanto riguarda la chitarra, che qui più interessa, la sua produzione è copiosa: Improvvisazione (1970), Preludi (1971), Quattro pezzi (1972), Sonata breve (1976), 12 Studi (1977), Come una cadenza (1983), Notturno (1985), Mutazioni su tre temi noti (1994), tutti lavori per chitarra sola, Musica a due (1982) per flauto e chitarra, Divertimento a due (1982) per 2 chitarre, Due liriche (1977) e Due nuove liriche (1978) per voce e chitarra su testi propri e finalmente - come culmine di questo percorso - il Concerto (1981) per chitarra e orchestra d’archi con vibrafono. Come è facile notare, si tratta di un ampio ventaglio di opere che da un lato testimonia l’amore di Bettinelli per lo strumento e dall’altro rappresenta un riferimento essenziale per chiunque voglia avvicinare una delle più valide espressioni artistiche del nostro tempo, quella appunto di Bruno Bettinelli.
di Bruno Zanolini
Lo scorso 8 novembre si è spento a Milano Bruno Bettinelli: vi era nato il 4 giugno 1913 e nella ‘sua’ città aveva visto svolgersi tutto l’ampio arco delle proprie esperienze umane ed artistiche. Allievo del Conservatorio “G. Verdi”, dal 1938 ne era divenuto docente, prima di Teoria e Solfeggio, poi di Armonia complementare e quindi, per oltre vent’anni fino al 1979, di Composizione: da questo ‘avamposto’ in certo senso privilegiato aveva partecipato attivamente agli eventi e all’evolversi musicale di buona parte del secolo scorso, sicché - per conseguenza - non può meravigliare il fatto che dalla sua classe siano usciti, fra i numerosi allievi, alcuni destinati a tracciare un solco duraturo in campo sia esecutivo (da Aldo Ceccato a Maurizio Pollini) sia specificamente compositivo (Azio Corghi in primìs).
Ottimo pianista oltreché compositore, ha dimostrato anche notevoli doti quale direttore d’orchestra nelle rare occasioni in cui ha preso in mano la bacchetta: la sua è stata infatti una natura musicale di prim’ordine, così come di prim’ordine era la signorilità della persona, signorilità che traspare anche dalla nobiltà del tratto artistico e dei risultati che ne sono conseguiti. E in questa veste piace ricordarlo, mentre componeva, seduto davanti all’amato pianoforte, guidato dal suo infallibile istinto.. .
Analizzando infatti il suo modo di procedere in ambito compositivo - definito spesso come ‘contrappuntistico’ - emerge con evidenza la sicurezza istintiva che sempre lo ha guidato nel modellare la materia sonora, quasi un filo rosso innato reso vigile dalla familiarità con la tradizione in cui si era forgiato sotto la guida di G. C. Paribeni e di R. Bossi (e non solo, se bisogna credere all’avidità con cui nei primi anni ‘30 - insieme ad alcuni compagni - aveva ‘divorato’ ad esempio la partitura della Sinfonia Classica di Prokofiev, pervenuta a Milano in maniera avventurosa): istinto e razionale approfondita conoscenza, nata da genuino amore per la musica, termini antitetici che in lui invece si sovrapponevano compensandosi.
Il legame con la tradizione - cui Bettinelli ha sempre creduto, nella convinzione che senza un passato, vissuto consapevolmente e con il quale necessariamente fare i conti, non ci possa essere un valido futuro - è presente con forza nella sua produzione, unitamente alla sentita necessità di una libertà linguistico-formale alla quale il musicista non ha mai voluto rinunciare. Di qui la naturale tendenza a rifiutare vincoli giudicati come stretti e troppo rigidi, quali in particolare quelli della serialità dodecafonica. Bettinelli è fra coloro che non hanno sentito il fascino dell’organizzazione ‘viennese’ del totale cromatico, al pari per esempio di Goffredo Petrassi, soffrendo letteralmente - soprattutto negli anni ‘60 - una certa emarginazione dovuta appunto alla sua presa di distanza da un metodo apparso a molti come l’inevitabile nuovo ‘vangelo’ musicale.
Eppure, particolarmente nelle opere della maturità, il totale cromatico non è affatto negato, ma - nascendo dal caratteristico infittirsi contrappuntistico dei rapporti intervallari – appare come il risultato inevitabile della complessità discorsiva messa in atto da Bettinelli; un totale le cui relazioni sono sottoposte sempre a una sorta di ‘libera interpretazione’, governata - oltre che dal fiuto dell’artista - soprattutto dall’artigianale lavoro di cesello e da una invidiabile cultura non solo musicale. Di tutto ciò è testimonianza l’evoluzione del suo linguaggio, fatto di sottile equilibrio fra saldezza d’impianto architettonico, rapporti timbrici d’impasto o di contrasto e giochi dialogici condotti dagli impulsi melodico-ritmici: si tratta di un’evoluzione che parte dal neomodalismo degli anni ‘30, ricco di sguardi agli autori francesi e ovviamente di riferimenti ai vari Respighi e Pizzetti, per giungere alla complessità “pantonale” che identifica i personali atteggiamenti e le opere della maturità e infine per ‘purificarsi’ e in certo senso ‘ripiegare’ nei lavori ultimi, molti dedicati al coro. Bettinelli del resto ha scritto praticamente fino al termine del suo cammino terreno.
Conoscitore attento delle possibilità strumentali (“è inutile scrivere cose ineseguibili, che non possono tradursi in un preciso risultato sonoro”), nella sua lunga carriera Bettinelli ha affrontato ogni strumento e ogni ensemble fino alla grande orchestra, senza disdegnare il problema rappresentato dal teatro. L’elenco delle sue composizioni è infatti lunghissimo e spazia appunto da opere teatrali (II pozzo e il pendolo,. . .) a lavori per orchestra con o senza solista o anche con coro (Sinfonie, Concerti,…), da moltissime composizioni da camera per ogni tipo di organico fino a lavori vocali per coro o per solisti e strumenti ecc. ecc. Anche per quanto riguarda la chitarra, che qui più interessa, la sua produzione è copiosa: Improvvisazione (1970), Preludi (1971), Quattro pezzi (1972), Sonata breve (1976), 12 Studi (1977), Come una cadenza (1983), Notturno (1985), Mutazioni su tre temi noti (1994), tutti lavori per chitarra sola, Musica a due (1982) per flauto e chitarra, Divertimento a due (1982) per 2 chitarre, Due liriche (1977) e Due nuove liriche (1978) per voce e chitarra su testi propri e finalmente - come culmine di questo percorso - il Concerto (1981) per chitarra e orchestra d’archi con vibrafono. Come è facile notare, si tratta di un ampio ventaglio di opere che da un lato testimonia l’amore di Bettinelli per lo strumento e dall’altro rappresenta un riferimento essenziale per chiunque voglia avvicinare una delle più valide espressioni artistiche del nostro tempo, quella appunto di Bruno Bettinelli.
Composizioni (15)
Presente in antologie
- 8 PEZZI DI AUTORI CONTEMPORANEI Volume 2 — NOTTURNO
- COMPOSITORI ITALIANI DEL XX SECOLO (a cura di Frédéric Zigante) — CINQUE PRELUDI
- L'ARTE DELLA CHITARRA CLASSICA Volume 3 — PRELUDIO N.1 [da CINQUE PRELUDI]
- L'ARTE DELLA CHITARRA CLASSICA Volume 4 — PRELUDIO N.5 [da CINQUE PRELUDI]
- LA CHITARRA OGGI (Raccolta di pezzi facili contemporanei) — MUTAZIONI SU TRE TEMI NOTI