Sua Cosa. Omaggio a Wes Montgomery.

Cristiano Porqueddu Repertoire 2 Comments

Da oramai un paio d’anni, per scopi di studio, ampliamento continuo del repertorio per concerti e discografia, sto conducendo uno studio approfondito su tutta la musica per chitarra sola del compositore britannico John William Duarte (1919 – 2004). Dell’autore ho inserito la Sonatina Lirica Op.48 nel progetto discografico Novecento Guitar Sonatinas e sto lavorando, in questi mesi, a pagine meno conosciute e che in qualche modo si rifanno alla sua formazione jazzistica. La fama di Duarte fu consacrata da Andrés Segovia, quando il grande interprete decise di inserire nel suo repertorio la celebre English Suite. Qui un articolo sul Forum Italiano di Chitarra Classica del collega Gianni Nuti su Duarte.

Nei giorni trascorsi, per poter avere una visione completa dello stile del compositore ho iniziato anche la lettura di alcune sue revisioni e trascrizioni. È illuminante, in certi casi, come un compositore tratta la musica altrui.  Tra le varie cose ho ritrovato un brano che avevo letto da adolescente: si tratta di Sua Cosa, un omaggio al chitarrista jazz Wes Montgomery (1923 – 1968).

Sua Cosa è ovviamente una pagina di stampo puramente jazzistico: l’autore fa uso di tutti i più conosciuti meccanismi armonici e ritmici del Jazz e nel cuore della composizione troviamo proprio l’incipit di Mi Cosa, celebre lavoro del chitarrista jazz di Indianapolis che potete ascoltare da qui. La musica è pubblicata dalle Edizioni Musicali Bérben nella revisione di Angelo Gilardino che, tra l’altro, suggerì l’idea dell’omaggio a Montgomery all’autore.

La mia interpretazione – come sempre più spesso accade – non è troppo vicina all’idea iniziale del compositore. Ergo, se conoscete il brano sappiate che premendo play, qui sotto, avrete delle sorprese. Non poche, a dire il vero.

Buon ascolto.

 

Comments 2

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      Sì, funziona anche con un ascolto a distanza nel tempo.
      Il segreto è stato quello di evitare l’imitazione e preferire l’evocazione di uno stile. Di fatto non ho rispettato quanto scritto nell’introduzione da Duarte e ho lasciato il brano ad un livello più materico e non sognante con un rigore ritmico che non ho ascoltato spesso nelle altre interpretazioni e che, invece, ritengo fondamentale.

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