Les Arbres Rouges, Angelo Gilardino incontra Maurice de Vlaminck

Cristiano Porqueddu Repertoire 2 Comments

Lo Studio n.53, Les Arbres Rouges, appartentente alla serie Studi di Virtuosità e di Trascendenza scritti per chitarra da Angelo Gilardino (1941) omaggia il visionario pittore fauve Maurice de Vlaminck (1876 – 1958) accendendo la chitarra con un inedito esercizio di forza insieme virtuosistica e immaginifica. In luogo di farsi ispirare dall’impianto modulare proprio della tastiera, il compositore vercellese sfodera una sequenza di prese accordali, libero di speculare nella pura astrazione, che rappresenta una vera prova di resistenza per l’esecutore: questi potrà decomprimere nell’episodio seguente durante il quale una rattristata, leggera polifonia canta in modo iterativo di dolci cose perdute. Ma si tratta di una tregua provvisoria, dopo la quale si scatena un’infuocata ripresa della prolusione di accordi per un tempo più lungo e una scansione più serrata, che denuncia un’ansia dell’andare giocata sul limite della precipitazione senza ritorno.

Gli alberi dal profilo obliquo e dalla chioma mossa sono uno degli aspetti ricorrenti nei quadri del maestro della pittura fauve, che ovviamente non sceglieva colori realistici, ma di pura immaginazione. Da ciò l’attribuzione di Gilardino a Vlaminck di un quadro che, con tale titolo, probabilmente non esiste.

Il brano è strutturato come una successione di episodi A-B-C. A è uno studio di accordi a quattro voci, disposti su due pentagrammi, in tempo composto variabile. L’intrico tra le voci mobili e le voci fisse è così complicato da renderne problematica la descrizione: abbandonata ogni disposizione modulare della diteggiatura, l’autore esplora lo spazio sonoro della chitarra con prese mobili della mano sinistra e della mano destra guidate da una pura speculazione immaginifica. Il tempo non è proibitivo (Andantino mosso), ma a qualunque velocità una simile ginnastica risulterebbe al limite tra possibile e impossibile. Segue una sezione polifonica memore dello Studio intitolato Saudade che, pur nella sua complessità, risulta distesa e defatigante rispetto alla sezione precedente e, soprattutto, alla conclusiva sezione C (Mosso con agitazione). Qui lo schema strutturale della sezione A è ripreso, dilatato e infittito nella scansione (semicrome con un tactus più rapido). Questa sezione costituisce, nella raccolta dei sessanta Studi, il culmine speculativo toccato dall’autore nel suo impeto forzante i confini storici dello strumento. Pagina spesso definita ineseguibile, pur nella sua pertinenza idiomatica, si rivolge a una figura di virtuoso di là da venire, e lo anticipa, immaginandone sound e dinamismo psichico-musicale.

Persiste e si espande in altra direzione quella ricerca del suono come veicolo d’inquietudine, di instabilità, di ansia dell’andare, una sorta di dromomania musicale che “altera” l’indole poetica tradizionale della chitarra, facendone un nuovo vettore di energia.

Questa composizione è stata registrata per la prima volta in assoluto nel 2002 per la Michelangeli Editore di Milano, quindi ripubblicata nel cofanetto Trascendentia del 2009 distribuito da Brilliant Classics e nel 2015 inclusa nel progetto discografico Angelo Gilardino Complete Music for Solo Guitar 1965-2013 sempre sotto etichetta Brilliant Classics.

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      Da un punto di vista tecnico-meccanico è senza dubbio lo studio più ostico scritto da Gilardino in questa serie.
      Successivamente a questa composizione Gilardino ha scritto altre pagine di difficoltà tecnica notevolissima (vedi anche le due Mozartiane) ma in nessun caso, fino ad oggi, l’abilità è richiesta in quantità così elevata.
      Suonai questa composizione per la prima volta nella finale del Concorso di Interpretazione di Lagonegro; successivamente fu parte integrante di vari programmi nei concerti che tenni orientativamente tra l’inizio del 2001 e la metà del 2004.

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